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Morte Nitto Santapaola, il silenzio di Catania e l’appello del consigliere Pellegrino

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R.D.V.

Dopo la morte del boss Nitto Santapaola, il consigliere Riccardo Pellegrino denuncia il silenzio della politica catanese e chiede segnali chiari contro la mafia.

La morte di Nitto Santapaola, storico boss della mafia catanese deceduto mentre si trovava detenuto al regime del 41 bis, è passata in città quasi senza rumore. Un silenzio che per qualcuno può sembrare naturale, quasi inevitabile. Ma per altri rappresenta invece un problema politico e civile che non può essere ignorato.

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Tra questi c’è Riccardo Pellegrino, vicepresidente vicario del Consiglio comunale di Catania, che ha scelto di intervenire pubblicamente per sottolineare come l’assenza di una presa di posizione da parte delle istituzioni rischi di diventare un segnale ambiguo.

Per Pellegrino il punto di partenza è semplice: non si tratta di un nome qualsiasi della cronaca nera. Santapaola è stato uno dei protagonisti più violenti della storia criminale catanese e italiana.

«Parliamo di uno dei protagonisti più sanguinari della storia criminale della nostra città, condannato all’ergastolo per la strage della circonvallazione, per l’omicidio dell’ispettore capo Giovanni Lizzio, per l’assassinio del giornalista Giuseppe Fava e per le stragi mafiose che hanno insanguinato l’Italia», ha dichiarato.

Proprio per questo, secondo il consigliere, il silenzio della politica locale appare difficile da comprendere.

«Di fronte a una figura così ingombrante, il silenzio della politica catanese è francamente incomprensibile», ha aggiunto, rivolgendosi direttamente al sindaco Enrico Trantino e all’amministrazione comunale.

Il messaggio è chiaro: «Catania ha bisogno di parole chiare e di gesti concreti. Non per retorica, ma per affermare senza ambiguità da che parte stanno le istituzioni».

La questione personale e lo stigma dei quartieri difficili

Nel suo intervento Pellegrino ha anche ricordato una dimensione personale che negli anni lo ha accompagnato nel suo percorso politico. Il consigliere infatti ha un fratello che sta scontando una pena per reati legati alla criminalità, una condizione che lo ha esposto a critiche e insinuazioni.

«Da anni lotto contro lo stigma di avere un fratello che sta pagando per i suoi reati», ha spiegato. «Non posso cancellare il legame di sangue, siamo figli dello stesso padre e della stessa madre, ma da subito ho preso le distanze da lui e dalle sue azioni».

Un chiarimento che per Pellegrino è sempre stato necessario, anche per ribadire la propria posizione come rappresentante delle istituzioni.

«Da uomo delle istituzioni non posso che essere contro ogni forma di legame, azione o comportamento mafioso. L’ho sempre affermato con forza a parole e con le azioni, nonostante le insinuazioni e le frecciatine di alcuni».

Il tema, però, non riguarda solo la sua storia personale. Per il consigliere è anche una questione che coinvolge interi quartieri della città, spesso marchiati da una reputazione difficile da scardinare.

«Spero con tutto il cuore che terminata la sua pena mio fratello possa cambiare vita e godersi la sua famiglia in onestà», ha detto. «Ma io non c’entro nulla con quello che lui ha commesso e sono anni che lotto perché possano essere liberi da questo stesso stigma tutti i cittadini per bene che pagano lo scotto di essere nati in un quartiere dalla storia pesante».

Il caso delle parole sul quartiere San Cristoforo

Tra gli elementi che hanno riacceso il dibattito ci sono anche alcune dichiarazioni rilasciate a La Sicilia da don Benedetto Sapienza, parroco della chiesa della Madonna della Salette nel quartiere San Cristoforo. Il sacerdote aveva affermato che Santapaola viene ancora ricordato nel quartiere perché, in qualche modo, «ne ha fatto la storia».

Parole che Pellegrino considera pericolose se pronunciate con leggerezza.

«Il giudizio sulle anime spetta a Dio, ma la storia degli uomini è scritta nelle sentenze», ha osservato. «E le sentenze dicono che Nitto Santapaola è morto al 41 bis dopo condanne definitive per stragi e omicidi».

Il punto centrale, secondo il consigliere, resta la dignità di un quartiere che troppo spesso viene raccontato soltanto attraverso la lente della criminalità.

«San Cristoforo non appartiene ai boss ma alle persone perbene che ci vivono. Migliaia di famiglie oneste che ogni giorno combattono contro lo stigma e contro una narrazione che rischia di inchiodare il quartiere al suo passato criminale».

Da qui nasce anche la richiesta di interventi concreti. Pellegrino ha ricordato la situazione di piazza Don Innocenzo Bonomo, per la quale esiste già una delibera comunale – la numero 234 del 2024 – che ne prevede l’istituzione come area pedonale.

Secondo il consigliere, però, quella decisione è rimasta sulla carta.

«Piazza Bonomo non può essere un semplice parcheggio», ha dichiarato. «Se non si vuole chiudere la strada al traffico, si abbia almeno il coraggio di trasformarla in una vera piazza, uno spazio di comunità e di riscatto».

Un messaggio che Pellegrino ha sintetizzato con una frase destinata a diventare il simbolo della sua posizione: «Quella piazza è casa nostra, non di Cosa Nostra».

Infine il consigliere ha rilanciato una proposta già avanzata in passato: l’intitolazione di via Belfiore al Beato Rosario Livatino, magistrato ucciso dalla mafia e simbolo della lotta alla criminalità organizzata.

«Sarebbe un segnale forte per un quartiere che ha bisogno di simboli di legalità e di giustizia», ha concluso.

Perché, al di là delle polemiche, il punto resta uno solo: «Catania non può permettersi ambiguità. Le istituzioni hanno il dovere di dimostrare con atti e parole che questa città non appartiene alla mafia».

R.D.V.

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