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Just In Time made in Catania

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Fabrizio Ventura

Forse non tutti sanno che l’impetuosa crescita economica giapponese del secondo dopoguerra si è fondata sul concetto rivoluzionario di “Just In Time” – adottato originariamente dalla Toyota Motor Corporation – che è stato alla base del vincente e stracelebrato “Total Quality Management”.

Il Just In Time consiste nella semplice, ma geniale, idea di ridurre al minimo gli sprechi di produzione, eliminando le scorte superflue di materie prime, semilavorati e prodotti finiti. In sostanza si tratta di produrre quanto richiesto dal cliente quando questi lo desidera, evitando sovrapproduzione e giacenze di magazzino e riducendo conseguentemente in maniera drastica i costi della filiera produttiva. Le economie occidentali, tardando notevolmente ad adeguarsi alla nuova frontiera di efficienza nipponica, nel tempo hanno quindi perso competitività nei confronti del paese del sol levante che frattanto si arricchiva e prosperava a dismisura.

A maggior ragione #accatania, dove siamo accumulatori seriali e dove il benessere e la ricchezza coincidono con l’abbondanza della “roba” di verghiana memoria, abbiamo fatto molta fatica ad adeguarci, perché noi siamo se abbiamo e soprattutto se possiamo dimostrare di avere, anche quello che non ci serve, anche quello che non è nostro. Per fortuna, però, pare che negli ultimi tempi anche alle falde dell’Etna l’economia si stia adeguando alla cosiddetta catena produttiva snella…ne è la prova l’industria – intesa come settore economico – più florida nella nostra città,  riconvertitasi recentemente in maniera brillante a questa nuova filosofia: chiddi ca arrobbunu i machini.

Ecco quindi che i geniali imprenditori del settore, prima dediti al tradizionale stoccaggio e smontaggio di auto in garage di quartiere nella prospettiva di rivenderne i pezzi, hanno iniziato ad adottare il Just In Time per evitare di sopportare gli esorbitanti costi logistici e di smaltimento dei rifiuti industriali: perché rubare un’intera auto se si possono rubare direttamente i singoli pezzi? 

Così i laboriosi “car business men” catanioti hanno dapprima iniziato arrubbannnu marmitte catalitiche – fenomeno per la verità non solo etneo – e poi, vedendo che la cosa era facile facile, accumincianu a futtirisi di tutto: fanali, specchietti, sedili, tettucci e macari sputtelli:

«Mbare Kevinni m’aggiuvunu tri sputelli da Puntu!»

«Non ci su pobblemi mbaruzzu, domani ti pottu ju. Di chi culuri i voi?»

Purtroppo ne sono rimasti vittime anche ignari turisti, con l’ovvia pubblicità che ne è conseguita, ovviamente anche  in pieno centro, ovviamente anche in pieno giorno, ovviamente senza che il fenomeno sia stato minimamente arginato dalle autorità, ché #accatania u sapemu nessuno vede e sente mai niente…

Cazzarola, non si dica mai più che non siamo aperti alle innovazioni e alla modernità! Certo, ci arriviamo dopo, ma poi diventiamo dei veri fenomeni…da baraccone…

Fabrizio Ventura

Si laurea in Economia all'Università di Catania grazie a diverse raccomandazioni e al ricorso sistematico al Cepu. Riesce ad entrare in banca copiando spudoratamente ai test di assunzione, ma si accorge presto che quella non può essere la sua strada. Si butta allora a capofitto nello studio, riuscendo a conseguire diverse lauree presso l'Università della Vita: scienze politiche, giurisprudenza, ingegneria civile, lettere e recentemente medicina con specializzazione in virologia. Consapevole che il suo futuro è nel reddito di cittadinanza, decide di togliere tempo al lavoro da bancario per dedicarlo alla scrittura: al suo attivo centinaia di post su Feisbùkk, la rubrica #accatania su Catania Live 24 e un romanzo che prima o poi qualcuno mosso a compassione deciderà di pubblicare.

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